SEO, Trust e Social Branding: Aziende alla Prova di Google

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SEO, Trust e Social Branding: Aziende alla Prova di Google

Cosa significa lavorare con la SEO, oggi? Quali obiettivi persegue davvero Google con i recenti cambiamenti del proprio algoritmo? Cosa è il “social branding” e come sta cambiando il rapporto di fiducia (trust per dirla all’americana) dell’azienda con i propri clienti, la propria nicchia di riferimento?

Iniziando a scrivere mi piace delimitare sempre e subito il campo d’azione, quello di cui andrò a parlare. Alla “lista” appena fatta, aggiungerei un paio di falsi miti da sfatare:

  • La SEO è morta e, se non è morta non sta molto bene;
  • SEO e Social Media Marketing sono due cose distinte e distanti che è bene sempre lasciare rigidamente separate

Come si conviene, comincio dal principio. Per come la vedo io, fare SEO vuol dire soprattutto studio. Può sembrare una considerazione banale, ma credo sinceramente che i tempi di una ottimizzazione solo “tecnica” sui motori di ricerca siano a bassissimo impatto di risultati pratici nella realtà attuale.
Tralasciando l’ultimo aggiornamento algoritmico rilasciato silenziosamente solo lo scorso mese di agosto (il cosiddetto “HummingBird”), i cui effetti reali sui motori di ricerca sono ancora tutti da calibrare, penso che l’impatto sul posizionamento delle notizie, quindi anche delle aziende, sulle SERP vada costantemente monitorato, ancora più che in passato.

Se l’obiettivo dichiarato di Google è la ricerca semantica cioè, semplificando, la perfetta interpretazione da parte dei motori di ricerca delle richieste degli utenti, questo non può non avere un effetto immediato sotto molti fronti.
Ma, è bene intendersi, come si è arrivati fino a questo punto? Uno snodo fondamentale, dal mio punto di vista, è stato quello dell’implementazione dell’autorship, di un meccanismo cioè che vuole certificare l’attribuzione di un contenuto attraverso il suo autore. Un meccanismo di autorevolezza del web.
Ma, si dirà, perché questo riguarda ambiti molto diversi come la SEO, il SMM e, in ultimo, l’affidabilità e il trust delle aziende sul web?

Mi spiego subito. A mio avviso, potremmo dire che aver obbligato chi scrive sul web, chi vuole veicolare un contenuto sulla Rete e chi fa SEO a “metterci la faccia” agli occhi di Google, vuol dire aver cambiato del tutto i termini della questione. Potremmo dire che, alla tradizionale organizzazione dei fattori di successo sul web per “piramidi”, si sia sostituito un meccanismo che poggia unicamente su tre pilastri:

  • SEO
  • Contenuto rilevante per il proprio mercato
  • Social Media Marketing

Social Media Marketing: la strategia sui Social Networks

In questa sorta di nuova organizzazione, l’autorship, fa da imprescindibile collante. In un meccanismo nel quale si tende, di fatto, a portare sullo stesso piano il soggetto autore (azienda), e il contenuto (notizia-comunicato-offerta), uguale sorte non può che spettare ai “contenitori/veicoli” di queste stesse informazioni cioè la SEO, per quanto riguarda i risultati di ricerca e, in una fase diversa e successiva, il Social Media Marketing, come disseminazione sociale del contenuto.
Ecco perché ogni strategia comunicativa che voglia davvero avere successo, non può prescindere da questi elementi.

Se così stanno davvero le cose, per le aziende cambia e cambia anche molto. Seguendo questo ordine dei fattori, più che mai, l’azienda “è quello che pubblica” e il rapporto con la propria base attiva, la propria nicchia di fans, non può non partire da qui. L’avatar aziendale, sul web, quindi, ha acquisito un valore strategico ed economico.
Ecco perché allora, la SEO non è morta affatto, ma anzi ha finito per trarre nuovo vigore dalle novità di google. Forse ha solo cambiato pelle. Forse è sempre meno “ottimizzazione” e sempre di più “posizionamento”, cioè veicolo anche dell’immagine aziendale. Del resto, proprio il trust aziendale si ottiene raggiungendo la propria platea. E’ a questo punto della filiera che entra in gioco la condivisione sociale, il lato esclusivamente “marketing” dei social media.

Molti analisti, tendono ad enfatizzare il dato di collegamento delle persone attraverso i social. A mio avviso, invece, ancora più stupefacente, ed economicamente rilevante, è il lato che riguarda il B2C, cioè nel rapporto potenzialmente diretto tra marchi e consumatori, tra desideri e prodotti.

In breve, tra azienda e il suo pubblico. Un insieme che appare mediato differentemente rispetto al passato. Anche se, come chi opera sul web sa molto bene, la differenza tra campagne da #epicwin e quelle contrassegnate da un #epicfail, spesso è molto labile.
In altre parole, se lo “stare sul web” non basta più, avere cura del proprio brand sul web fa tutta la differenza del mondo. Gestire, tenere traccia dei “segnali sociali”, allora, non è più questione solo tecnica che riguarda il mondo dei motori di ricerca e la posizione dominante di Google, ma diventa invece attività pesante e determinante per l’intero destino di un marchio, quale che sia il suo mercato di riferimento. Non sorprende, allora, che negli Stati Uniti, base importante per capire gli “umori globali”, gli investimenti in comunicazione sui social, abbiano resistito alla crisi finanziaria meglio dei media tradizionali.
Il segno dei tempi, direbbe qualcuno.

Claudio Migliorati
Claudio Migliorati
SEO Specialist